lovely sake hangover - blog

Com’è nata questa passione per il sake?

Per la prima volta nella mia vita ho un sito tutto mio e, sempre for the first time, sono qui a scrivere il primo articolo del blog.

Ho scelto di cominciare con una domanda, o meglio con LA domanda che tutti mi fanno appena ne hanno la possibilità: “com’è nata questa passione per il Sake?”
Cercherò di raccontarvelo qui che è un po’ come ri-raccontarlo nuovamente a me stessa, perché ogni volta che ci penso aggiungo e tolgo sfumature al racconto, a seconda del mio umore e di come i ricordi arrivano alla memoria, in realtà cerco sempre di farla breve perché credo che ai più non interessino molto i dettagli, ma in questo spazio vorrei descriverli proprio tutti o almeno quelli che ricordo.

Nei giorni in cui si è tristi e abbattuti, è bene trovare una consolazione e il mio modo è tenermi occupata la mente imparando qualcosa di nuovo che non so. Negli ultimi 3 anni la mia passione si è concentrata sul vino, nel 2017 mi sono iscritta all’ AIS (Associazione Italiana Sommelier) e bere e conoscere il vino è stata una delle cose più giuste che potessi fare. Così, in quel periodo, era mia abitudine scacciare i brutti pensieri acquistando una bottiglia di cui non sapevo l’esistenza, aprirla e scoprire tutto del produttore, dell’uvaggio, delle tecniche di vinificazione e del territorio di provenienza.

Era sicuramente il 2018, era fine anno ma del mese non ne sono certa, so che faceva freddo, ricordo che indossavo il mio adorato baschetto di lana rosso che poi ho perso chissà dove. Sono entrata in un’enoteca a Porta Palazzo e guardando tra gli scaffali ho visto una bellissima bottiglia di sake con l’etichetta incomprensibile. Girandola ho letto Mutemuka Muroka vol.18%. Ok, mia.
Seduta davanti alla stufa a legna, l’ho aperta e assaggiata ed il primo pensiero è stato
“Oddio che roba orribile è?”
Un sapore sconosciuto mai provato prima, alcol misto a sapidità con un odore incredibile di terra e funghi. Avevo del cioccolato ed ho cercato salvezza nella tavoletta e improvvisamente il sorso successivo aveva cambiato d’abito… così all’improvviso, senza avvisare. Molto più affascinante, gentile, meno alcolico e anche se l’odore restava identico, il sapore non era nulla male. Questo è bastato per farmi digitare sake nell’immensa biblioteca digitale e farmi restare fino alle 5 del mattino davanti al computer leggendo tutto quello che potevo su questa bevanda, ma ahimè le informazioni erano davvero poche, in italiano direi nulle, su alcuni siti americani ed inglesi… meglio ma comunque non soddisfacevano la mia curiosità.

Tra le cose lette, una su tutte ha continuato a girarmi nella testa durante i giorni a seguire: si può diventare Sake Sommelier. Si può diventare Sake Sommelier. Si può diventare Sake Sommelier.

Nei primi giorni del 2019 con in mano un biglietto per Parigi, parto con l’intento di scoprire qualche nozione in più sul sake, non potevo improvvisare un viaggio in Giappone ma sapevo che la capitale francese (nota anche per il fil rouge con la cucina giapponese) poteva togliermi qualche sfizio e farmi bere dei buoni sake.
Meta principale: La Maison Du Sake, 11 Rue Tiquetonne.

Ovviamente il locale nella prima settimana di gennaio era chiuso, ma la porta era aperta. Sono entrata e davanti a me c’era una scaffalatura grande coma la parete, retro illuminata e piena di sake che sembravano esposti come dei Rolex in una gioielleria. I miei occhi non sapevano dove appoggiarsi e sinceramente non capivo nulla di nulla di quello che le etichette volevano dirmi. Finalmente qualcuno scopre la mia presenza e mi dice che, appunto, sono chiusi. Io gli spiego che sono arrivata da Torino, da sola, per venire qui e fare mille domande sul sake e che non me ne sarei andata così facilmente.

Il ragazzo orientale allora mi fa segno con la mano indicandomi lo sgabello al bancone, dice che prima di fare le domande devo assaggiare quello che lui vuole farmi bere. Predispone una decina di ochoko che riempie prendendo diversi sake da bottiglioni molto grandi. E lì prende vita il mio lento sconforto dovuto a una valanga di termini giapponesi che escono dalla sua bocca e arrivano diretti a me sotto forma di infiniti, piccolissimi e fastidiosissimi punti interrogativi. Sono rimasta seduta a prendere appunti per circa 3 ore insieme a questo sconosciuto che con pazienza, gentilezza e cura mi ha raccontato quello che stavo assaggiando. Mi sono alzata da quello sgabello con infinita gratitudine, salutandomi mi ha dato il suo biglietto da visita dicendomi che potevo contattarlo per qualsiasi altra informazione, aggiungendo  “sono sicuro che ce la farai e per questo ci rivedremo”. Lo sconforto se n’era andato lontano da me, Parigi quella sera era nelle mie mani e anche nei miei calici.

Il ritorno sul TGV è stato rilassante fino a quando la polizia ferroviaria francese mi ha chiesto di aprire la valigia nella quale erano contenuti, un paio di vestiti, 2 maglioni, delle scarpe rosse, 7 bottiglie di sake, 3 di chablis e 3 di pinot.

Questo è stato l’inizio di un percorso che sto ancora facendo, come sono diventata Sake Sommelier ve lo racconterò tra un po’ ed ora che ci penso, scrivo una mail a  Miyamoto San raccontandogli che, alla fine, ce l’ho fatta.