L’importanza di trovare un angolo di bollicine negli aeroporti.

E’ da ottobre che vi ho lasciati sul TGV, me ne scuso e sono consapevole che dovrei lavorare sul concetto di costanza, spero comunque sia stato un bel viaggio.

Da Parigi sono tornata con la consapevolezza che sì, era stato un colpo di fulmine quello tra me e il sake, ma poteva svilupparsi in una duratura relazione se solo mi fossi applicata.

Ho quindi cercato libri in italiano sul sake, e ne ho trovato uno scritto da Marco Massarotto, su quel libro ho studiato e ringrazio Marco per averlo scritto, certo è che cercare dentro “infernet”  tutti gli approfondimenti necessari alla comprensione di quel che leggevo è stato faticoso, molto faticoso, informazioni poche, molto poche. Ma avevo le bottiglie di sake comprate a Parigi per le session di degustazione da sola e un sacco di amici da usare come cavie.

Era fine gennaio del 2019 ed ho trovato un corso con esame per diventare Sake Sommelier attraverso la Sake Sommelier Association, data della tre giorni 24.25.26 febbraio, luogo: Catania. Mi dico: perfetto. Mi iscrivo senza nemmeno pensarci troppo, prenoto il volo e cerco un alloggio immaginando già l’odore della Sicilia, il sapore del mare e il colore delle palme negli occhi.

Non amo essere sotto esame ma tanto o così o così per cui sono arrivata a Catania preparata ma come tutte le volte che devo affrontare un esame, molto impaurita, agitata, insicura di me e con un meraviglioso erpes sul labbro inferiore.

Perchè stavo facendo questa cosa? Perchè avevo iniziato questo percorso? 
Come spesso mi capita, una piccola passione finisce per diventare il mio lavoro, anche solo nella mia immaginazione e nei miei sogni stava nascendo l’idea di aprire un sake bar a Torino. Il primo sake bar della città, un piccolo posticino stile Izakaya con pochi posti e una carta infinita di sake, mi entusiasmava il pensiero di avere un spazio intimo dopo anni di bancone di Emilia sempre affollato, avrei di nuovo potuto dedicare tempo ad ogni persona che si sarebbe seduta sullo sgabello. E questo mi mancava.

Dunque, a Catania ci sono arrivata dicevamo, senza nessun intoppo. Evviva. La mattina dell’esame parto in anticipo e individuo il ristorante giapponese dove avrei dovuto presentarmi mezz’ora dopo. Faccio colazione con brioche e granita e torno davanti al ristorante che però è chiuso (la storia si ripete così come a Parigi) ma in questo caso anche la porta è chiusa. Ricontrollo come una pazza le e-mail, ricontrollo data, ora, luogo e lo faccio almeno 70 volte. Cerco un numero di telefono e trovo il cellulare del responsabile. Lorenzo mi risponde e io gli dico: Ciao, sono qui a Catania per l’esame ma non c’è nessuno. Lui mi dice, mortificato per l’accaduto, che il corso è stato annullato e che le prossime date erano 25.26.27 marzo a Milano, probabilmente il sistema non mi ha avvisata. Togliamo il probabilmente. Una cosa che può accadere, colpa di nessuno, ma io ci resto malissimo.

Era mezzogiorno ed ero seduta in un giardino tropicale, con il sole in faccia e dopo qualche ora ero col culo prima sullo sgabello del bar di Ferrari, all’aeroporto, facendomi riempire bicchieri di bollicine uno dopo l’altro per la disperazione e successivamente sul 747 di Alitalia. Catania – Torino. Su quel volo di ritorno, offuscata dal vino, un po’ delusa, con tutta l’adrenalina scesa sotto le scarpe… ero convinta che il destino mi stesse dicendo che forse quella non era la mia strada, stavo facendo qualcosa che non mi avrebbe portato a nulla, sicuramente non avrei passato l’esame che con la memoria che ho, figurati, imparare nomi giapponesi, nuove tecniche di produzione e bla bla bla… Arrivata a casa, mi sono fatta una doccia calda, ho riaperto gli appunti, una bottiglia di sake e mi sono rimessa a studiare.

La Sake Sommelier Association e Lorenzo sono stati impeccabili nel rimborsarmi tutte le spese che avevo sostenuto e lo hanno fatto nel giro di 12 ore, quando a marzo andai a dare l’esame a Milano ero “quella di Catania”.

Vi racconterò presto come andò l’esame.